Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Atrax robustus Pt. 15
Il repentino peggioramento di Leo lo fece balzare in piedi. Si chinò sul cane, lo strinse, ma Leo non reagiva più: solo un respiro debole, affannoso.
- Leo, no… non ora, ti prego. Andiamo all'ospedale, resisti.
- Aspetti! Mancano due firme!- gridò l’addetto del demolitore.
Luigi lo fulminò con gli occhi, scarabocchiò le firme e prese in braccio il cane. Uscì di corsa da quel container rugginoso e malolente.
Chiamò il solito radiotaxi: - Avvocato Arcati. È un'emergenza: il mio cane sta morendo. Mi serve un’auto che accetti animali. Subito.
L’attesa durò trentasette minuti.
Le macchine predisposte al trasporto di animali non dovevano essere molte.
Poi il traffico di fine pomeriggio su Corso Unione Sovietica e Corso Traiano fece il resto.
Quando il tassista lo lasciò davanti alla Clinica Veterinaria Città di Torino erano le diciotto e cinquanta. Quasi undici ore da quando quella pena era iniziata.
Irruppe nella struttura con Leo in braccio. Il cane era pesante, molle, aveva un alito dolciastro.
Leo era fin da piccolo un cliente della struttura medica, il suo veterinario di fiducia era uno dei maggiori soci della clinica e lo conosceva bene.
Aveva seguito il cane in tutte le fasi della sua crescita: questo gli era di conforto.
Lo specializzando di turno lo prese subito in carico: catetere, prelievi, gastroprotettori, fluidi per reidratarlo a raffica.
Il veterinario che seguiva Leo era bloccato in sala operatoria con un caso grave, un altro cane con frattura multipla esposta, ne avrebbe avuto per ancora una cinquantina di minuti e non poteva occuparsi immediatamente di lui.
Quando è cominciato? - chiese lo specializzando.
Stamattina, alle otto e mezza. Dopo la colazione… l’ho lasciato libero sull’aiuola spartitraffico per i bisogni. Mezz’ora dopo ha vomitato, pisciato come una fontana. Ho cercato di venire prima possibile, ma è stata una giornata maledetta.
Il veterinario alzò un sopracciglio.
Undici ore? Questo cambia tutto. Sospetto un'intossicazione da glicole etilenico… dobbiamo muoverci in fretta. Ha mangiato qualcosa di strano?
Luigi rivide le scene di quel mattino: Leo che annusava la base degli alberi, lui col giornale in mano a scorrere i trafiletti delle notizie del giorno, per due minuti. Due soli minuti in cui gli aveva tolto gli occhi di dosso.
Il senso di colpa lo colpì come un pugno allo stomaco.
Il cane pareva peggiorare: la diuresi era crollata, l'acidosi si aggravava, era scosso da tremori e versava in una letargia profonda.
Quando il suo veterinario, il dottor Alberti, uscì dalla sala operatoria, erano le ventuno, diede un'occhiata rapida a Leo: ECG irregolare, creatinina alle stelle, zero urine dal catetere.
Autorizzò il fomepizolo, ma scuotendo la testa: - Temo sia tardi. I metaboliti hanno già fatto il danno. I tubuli sono ostruiti dai cristalli.
Il cane fu inviato in terapia intensiva: sedato, monitorato h24, fluidi a raffica, bicarbonato in vena. Ma l'anuria era totale.
Luigi, accasciato su una panca della sala d'aspetto, fissava il linoleum consumato. Alle ventidue il veterinario lo raggiunse.
- Dottore... dimmi la verità.
L'uomo aprì le braccia.
- È grave, avvocato. Abbiamo fatto tutto: antidoto, supporto renale... ma i reni non ripartono. Prognosi riservata, molto riservata. Domattina rivalutiamo, ma preparati al peggio.
- Salvalo... ti prego. - la voce era un soffio.
- Faremo il possibile. Vai a casa, riposati.
Lorenzo Maria, nel dopocena, in poltrona nel salotto di casa, lavorava al dossier dello studio che avrebbe presentato all'Enoforum di Zaragoza.
Sua moglie sedeva di fronte, intenta alla lettura di un thriller.
La suoneria del cellulare di lei, sul tavolino lì accanto, iniziò a trillare.
Lei posò il libro, guardò l'orologio e con aria infastidita prese la chiamata.
- Mio Dio, ma che brutta notizia. - la sentì dire con voce accorata. - Ma quanto mi spiace.
Lui alzò gli occhi dal lavoro e la osservò incuriosito.
- Non posso crederci. Ma povera bestia. Che cosa orribile.
Lorenzo Maria corrugò la fronte e le fece un cenno interrogativo.
Il cenno della mano di lei significava: “dopo”.
- Certo sì. Appena hai notizie fammi sapere. Auguri per tutto. Ciao, buona notte anche a te.
Chiuse la chiamata con un'aria sconvolta.
- Che succede? Chi era al telefono? - chiese lui.
- Luigi. Era in lacrime, Leo è in terapia intensiva, sta morendo. Pare sia avvelenamento da Paraflu.
- Cazzo, e dove può averlo mangiato?
- Il Paraflu non si mangia, si beve, non ti sembra?
- Sì, intendevo quello.
- Ha detto che non ne ha idea, forse questa mattina mentre era libero sull'aiuola per fare i suoi bisogni. L'unico momento in cui lui può averlo perso di vista. Dio, pensa se quel cane morisse che dramma.
Lui mostrò un'espressione seria e spiaciuta.
- Certo. Ma anche lui. Cazzo! Lasciare il cane a girare libero senza controllarlo.
- Che c'entra! Potrebbe capitare anche con un bimbo piccolo. - rispose secca.
- Hai ragione, ma ci vuole attenzione. È risaputo di gente che lascia in giro esche velenose per i cani. - concluse lui riprendendo il lavoro.
Fra sé pensò che gli spiaceva per quella bestia.
Era l'unico innocente in quella storia, ma la sua morte era solo l'inizio di ciò che quel commediante, cialtrone d’avvocato, avrebbe subito prima della sua fine.
(Continua)